Social media e pensiero critico: possibile?

Pubblicato il da Orson

Social media e pensiero critico: possibile?

*da Intervistato.com

Il nuovo libro di Geert Lovink, Ossessioni Collettive, ha riportato l’attenzione sulla questione di una critica dei social media, una riflessione che possa contribuire in maniera determinante allo sviluppo degli strumenti digitali.

A mio avviso oggi questa è una necessità primaria, anche per superare quella fase infantile di stupore che ha accompagnato la storia della rete e successivamente del web 2.0. Molti si stanno affidando ai commenti di operatori dell’informazione, che spesso sono dei parvenù dei linguaggi digitali, e che non comprendono fino in fondo la portata del pensiero che tutto questo sottointende. In realtà il web 2.0, come lo intese O’Reilly non gode di ottima salute, e le promesse di libertà che all’inizio mostrava stanno mostrando la corda. Già Lanier in, You are not a gadget, aveva avvisato di come il web stava morendo e che le app mobile stavano modificando il nostro accesso alle informazioni e ai percorsi d’uso. In questo la scena è dominata dalle discussioni sulle startup, sulla privacy di Facebook e sui, più o meno presunti, attacchi di Anonymous.

Questo è abbastanza futile e distrae dai gangli principali. Sono pochissimi quello che parlano di OldAnon, Newfag e Culture Jammer, oppure 4chan e AdBusters. Eppure queste sono community che stanno ridefinendo il marketing e gli strumenti della viralità, come sottolinea, con la solita puntualita e competenza Giovanni Scrofani nel suo post di Gilda35. Una critica dei social media serve a capire anche come l’economia stia cambiando.

Quando il marketing, altrove più che in Italia, decise di abbandonare la sola logica dei numeri, per abbracciare non solo la comunicazione, ma un corpus di conoscenze più largo, dalla psicologia alla semiotica, dai linguaggi visivi alla scienza dell’interfacce, entrando in una famosa non solo più matura, ma sicuramente più ricca e utile, fu un salto quasi epocale. La campagna elettorale americana si sta combattendo a colpi di meme, eppure il massimo della discussione nel nostro paese, ma non solo, è una teoria sugli effetti e i comportamenti, con un approccio sociologico di basso livello, mentre bisognerebbe andare oltre, a priori, alle dinamiche e ai fenomeni determinanti.

Torniamo al business. Recentemente Arianna Huffington, sappiamo tutti chi è e perchè era a Roma, ha ribadito che per fare una startup bisogna intercettare i bisogni dei mercati e della gente. Nulla di nuovo che non si trovi in qualsiasi manuale di marketing che citi Kotler. Ma se non studi il mondo, se non cerchi di comprenderlo allora hai ben poco da fare. Una critica, un pensiero, uno studio sui linguaggi digitale e sui social media non è solamente uno studio tecnico o tecnologico, ma indaga la contemporaneità. Imprescindibile.

Si parla tanto anche del tema dei Big Data, ma senza gli interpreti, le griglie del sapere e i giusti strumenti, questa enorme mole di dati è molto poco utile. Dobbiamo sempre ricordare che viviamo non in una rete, ma in un insieme di reti che si stanno comprenetrando sempre di più e che non siamo più il centro del mondo. C’è anche la necessità di aprire questi territori a tutti, tentare quindi un alfabetizzazione superiore a molti, accettando critiche e contributi, soprattutto mentre andiamo verso una forte battaglia sullo spazio della libertà in tutto il mondo, dove gli operatori che governeranno il cloud, saranno contati sulle dita di una mano.

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