Lo #spread della Fuffa e il lancio di #HuffPostItalia

Pubblicato il da Orson

Il primo post per Intervistato.com

E’ arrivata anche la versione italiana dell’Huffington Post, credo che ce ne siamo accorti tutti dalla miriade di commenti che ne salutavano la venuta quasi “messianica”.

Il post che ho trovato più ricco e riassuntivo sull’argomento è quello di Pier Luca Santoro, il Giornalaio, che in La Rivoluzione non è Annunziata, fa un’ottima analisi, soprattutto sul fatto di fare impresa con fini di lucro usando del lavoro non retribuito. Qui andrebbe aperta una lunga riflessione sul concetto di lavoro intellettuale, da Bianciardi ad Abruzzese, che oramai è ridotto a meno di un gadget – costa meno un post che una spilla brandizzata. La domanda non è se è più o meno giusto scrivere gratis, quella può essere una scelta personale, ma diventa: è giusto non pagare il lavoro? Poi francamente vedendo l’attuale parco-blogger dell’Huffington Post mi sembra di essere fra i reduci dei talk-show televisivi.

Una questione che investe molti interessi, dal lavoro alla formazione post scolastica, e soprattutto che dovrebbe far riflettere sul destino dell’industria culturale italiana, che appare molto fosco per chi lavora al suo interno. Ci si riempie la bocca con il concetto di visibilità, parola-monstrum, che vuol dire tutto e nulla, perché per essere visibile non conta essere diversi, acuti e bravi, conta farsi notare. Allora il primo criterio non è più la qualità, ma altro.

Altro punto che alcuni sfiorano solamente è la questione dello specifico dei media. Io non ricordo che un buon direttore di giornale sia stato anche un buon direttore di telegiornale, ad esempio. Ogni media ha un suo linguaggio, dei codici, nonostante possiamo dire che il giornalismo ha dei principi cardine comuni. Però i linguaggi contano, anzi, a mio avviso restano i vari volani di cambiamento, le soglie con cui ci si misura se si vuole tentare innovazione. Allora perché l’Annunziata? Non si diventa “digitale” se si apre un account su Twitter, perché quello che conta è sempre la strategia editoriale, e qui già l’impaginazione sembra molto simile a quella de Il Fatto quotidiano online.

Oppure questo non è un progetto editoriale, questa è un’operazione politica che mira a scontrarsi con un suo opposto informativo, che ho citato prima, perché la questione è sempre più aspra. D’altronde siamo in campagna elettorale.

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